Enna: Congresso dell’Associazione siciliana della Stampa. Intervento di Josè Trovato

“Buon giorno a tutti. Non posso cominciare non dandovi il benvenuto a Enna, provincia che da quattro anni a questa parte è la capitale del giornalismo siciliano, cosa che questa segreteria ha fortemente voluto. È un caso forse unico in Italia che un congresso regionale si svolga per due volte consecutive nella stessa sede e di questo siamo orgogliosi.
E a questo si aggiunge un altro motivo d’orgoglio per quanto sto per dirvi. Appena pochi giorni fa, al termine di un’attività sindacale durata anni, finalmente il Comune di Enna ha applicato la legge 150 del 2000 assumendo un giornalista con qualifica di portavoce del sindaco Maurizio Dipietro. La nomina di un giornalista pubblicista chiude finalmente un periodo durato anni di far west, in cui dall’ente sono giunte solo comunicazioni estemporanee, talvolta anche assurdamente intitolate “comunicati stampa”, scritte da dipendenti privi di alcun titolo o da politici stessi. Casi sporadici su cui questa segreteria è sempre stata attentissima, tanto da aver inoltrato ben due diffide formali e altrettante segnalazioni ai segretari comunali, facendo leva sul loro ruolo di garanti del rispetto della legge all’interno dell’ente pubblico. Abbiamo fatto la nostra parte in maniera imparziale, chiedendo una sola cosa, che può apparire oggi quasi banale, anche se non lo è affatto: “Assumete un giornalista”. Non ci interessa il nome che sceglierete, ma solo che sia un collega. Così il primo cittadino ha nominato un giornalista pubblicista di Enna, tramite una nomina fiduciaria. E a lui abbiamo già rivolto, ma voglio ribadirlo in questa sede, i nostri migliori auguri di un proficuo lavoro. Lo consideriamo un primo sasso nello stagno, un punto di partenza che ci consentirà di guardare con fiducia al futuro. Gli uffici stampa restano per noi, i giornalisti, un’opportunità concreta. Ci aspettiamo molto dal presidente Musumeci, che ha dato prova di garbo istituzionale venendo ieri al congresso, pranzando assieme a noi e ascoltando parte del nostro dibattito.
L’assessorato regionale agli enti locali però adesso si muova per sollecitare in maniera seria le amministrazioni comunali. L’ufficio stampa di un’amministrazione pubblica non è una mancia elettorale o una regalìa, ma il modo concreto per rendere trasparente l’operato di un comune. Un addetto stampa, lo ricordiamo a chi forse non capisce bene di cosa stiamo parlando, è un iscritto all’Ordine dei Giornalisti, che deve scrivere sempre la verità in ossequio ai principi deontologici imposti dalla nostra professione. Solo con un giornalista all’interno, un ente pubblico, è una casa di vetro che consente alla gente di controllare i propri amministratori.
Nella nostra provincia, che non ha mai avuto redazioni dei quotidiani regionali, operano poco più di cento giornalisti pubblicisti e non più di cinque o sei professionisti. Altri, pur residenti o originari di questa provincia, vivono e operano altrove. E non dobbiamo nascondere la verità: in questo territorio sono quasi tutti pubblicisti, pur lavorando in maniera professionale e talvolta anche esclusiva, perché non riescono a vivere di giornalismo. I compensi sono troppo bassi e non consentono di arrivare a fine mese. Esistono pure qui, come altrove, dopolavoristi e giornalisti “della domenica”, consentitemi questa locuzione, ma tengo a sottolineare che si tratta di una definizione solo quantitativa, giammai qualitativa.
Il XXXIII Congresso regionale dell’Associazione siciliana della Stampa arriva in un momento di crisi nerissima delle aziende editoriali e della stessa professione giornalistica. Oggi fare il giornalista significa fare i conti con una realtà che ci attacca e tenta di delegittimarci in tutti i modi agli occhi dei lettori.
Siamo attaccati dalla politica, che tenta di imbavagliarci e intimidirci, aprendo e chiudendo ad arte nel cassetto la paventata legge sulla pubblicazione degli atti giudiziari e delle intercettazioni. Siamo passati dal poter pubblicare tutto alla pubblicazione per riassunto. Presto saremo costretti a dire ai lettori: scusateci, ci sarebbe dell’altro, ma non ve lo possiamo dire. Da sempre i giornalisti sono i bersagli prediletti anche di tanta antipolitica, che ci ritiene parte di non si sa quale sistema perverso, generatori di scie chimiche e di fake news, non riuscendo neppure a capire, anzi neanche provandoci, che esiste una distinzione tra chi opera in maniera professionale e chi produce bufale, talvolta allo stesso scopo di alimentarli, proprio lui, quei sentimenti dell’antipolitica. Finiamo sempre più spesso nel mirino dei social, sia per aver dato notizie vere che per non aver dato, invece, notizie false che qualcuno, spinto dal demone della mistificazione, crede vere. Del resto, lo diceva già Winston Churchill: “Una bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni”.
Dobbiamo fare i conti con studi legali specializzati nelle diffide, nelle querele infondate e nelle azioni risarcitorie fondate sul nulla. Qui voglio rivendicare un caso che ho vissuto sulla mia pelle e che denunciai pubblicamente già al congresso di Terme Vigliatore. Dopo ben 17 anni si è finalmente conclusa una causa civile risarcitoria che mi era stata mossa da un imprenditore di questa provincia. Avevo scritto che un uomo arrestato era suo fratello. Era vero eppure, per non si sa bene quale legge di natura o enunciazione giurisprudenziale, non si doveva dire. Per questo ho dovuto subire una giostra giudiziaria durata la bellezza di 17 anni. È un po’ lenta, la giustizia, ma alla fine arriva. Bene, adesso quell’uomo è stato condannato a pagare oltre 10 mila euro di spese giudiziarie, dopo aver perso la causa. Avevo scritto la verità. E la verità qualche volta trionfa, di fronte a cavilli e questioni di lana caprina.
Le difficoltà, spesso, provengono pure dalla gestione dell’informazione da parte delle forze dell’ordine, che sempre meno sono disposti a fornire particolari ed elementi essenziali a chi scrive di cronaca, spinte in tal senso dagli ordini superiori delle loro gerarchie. Non è un problema di un solo territorio, di un solo ufficiale delle forze dell’ordine poco incline alla collaborazione con i media. Lo abbiamo detto già in passato: urge la stipula a livello nazionale di un protocollo d’intesa tra gli organismi della nostra professione e i vertici di Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza, per l’attuazione di prassi che facilitino ai giornalisti l’accesso ad atti che sono pubblicabili, in quanto oggetto di una prima discovery tra accusa e difesa. Questo è possibile solo con un intervento nazionale. Urge, in tal senso, l’intervento dell’Ordine nazionale dei Giornalisti e della Fnsi.
In provincia di Enna, come nel resto della Sicilia, il mondo dell’informazione deve fare i conti con tante mafie. C’è una mafia militare, la mafia balorda di questa terra, che per i giornalisti prova disprezzo, che ci costringe a stare guardinghi perché attenta alla nostra incolumità fisica. Ma non è il solo colore della mafia. C’è una mafia bianca, che cerca di non farti scrivere certe notizie, facendoti chiamare dall’amico comune e rivolgendoti velate minacce, paventando denunce e mettendoti davanti pro e contro della pubblicazione in questione, come se, per un fatto di cronaca, si potesse decidere se pubblicarlo oppure no. Da giorni sto lottando per cercare di avere notizie su un procedimento che riguarda alcuni colletti bianchi di questo territorio, invischiati in una storiaccia in cui c’entra pure Cosa Nostra, ma stranamente tutto è particolarmente complicato. Ma riuscirò a sapere tutto, non temete. La mafia variopinta di questa Terra ha i volti di persone apparentemente perbene ed è ancor più pericolosa dei delinquentelli balordi che popolano le organizzazioni criminali propriamente dette. Li incontriamo tutti i giorni.
“La mafia era, ed è, altra cosa: un «sistema» che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel «vuoto» dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma «dentro» lo Stato”. Leonardo Sciascia lo scrisse nel 1972, in occasione dell’uscita del Giorno della civetta nella collana letture di Einaudi, come appendice al libro. Le sue parole, ancora oggi, vanno lette con grande attenzione.
I giornalisti, dicevo. Oggi a Enna, ma non solo, sono costretti a fare i conti anche con il proliferare di microscopiche aziende editoriali, gestite da persone che non hanno idea di cosa significhi gestire una testata giornalistica, pur aprendo siti web. “Vuoi fare il giornalista?”, è la proposta oscena che viene ripetuta ad ogni piè sospinto ai pubblicisti di questo territorio. “Ok, allora ti nomino direttore. Poi cerchi le pubblicità e dividiamo i soldi”.
I giornalisti, voglio ripeterlo oggi – come non mi stanco di fare da quattro anni a questa parte – non raccolgono pubblicità. Non cercano pubblicità. Non fanno i pubblicitari né i procacciatori di affari. Fanno i giornalisti. Punto.
In un contesto del genere, quello che mi aspetto io da questo congresso è che la dirigenza regionale del mio sindacato si renda conto di quanto inutile è lacerarci con divisioni sterili, quanto stupide. Lottiamo contro l’annientamento di questa professione. I giornalisti devono farlo tutti assieme. Per questo auspico che il Congresso di Enna produca una linea in grado di affrontare queste sfide con rinnovata forza. Assieme, uniti, possiamo farcela.
Questo congresso deve darci forza e convincerci a rinnovare il nostro impegno, ma anche prepararci ad aumentarlo, per trovare una soluzione ai tanti mali che affliggono la nostra professione”.
Josè Trovato
Segretario provinciale Assostampa Enna

Autore dell'articolo: Staff Ennaweb.com